NOTE CRITICHE Stampa
Giovedì 15 Gennaio 2009 13:23

INDICE DEGLI ARTISTI

ANNICCHIARICO Pietro

BALLO Loredana

D'AMICIS Elisabetta

ERRICO Rocco

GALEONE Domenico

MARIANACCIO Luca

MONTEFORTE Carmelo

JOSEF Andri


Pietro Annicciarico - PHOS "Reportage dal mondo delle ombre"

La mostra personale di Pietro Annicchiarico “PHOS” Reportage dal mondo delle ombre è un racconto per immagini dello spettacolo  “Andersen 2011 - fiabe che non sono favole”, regia di Emanuela Ponzano,  andato in scena in prima nazionale e mondiale a Roma, al Teatro Vascello a marzo 2011. Significativa la scelta del titolo, “phos” parola greca il cuiPietro Annicchiarico significato è luce. Pietro Annicchiarico, non si limita a dare con le sue “foto” solo una testimonianza diretta di quanto accade sulla scena, ma diviene, come argutamente lo ha definito Emanuela Ponzano, regista dello spettacolo, cacciatore di fantasmi o, forse, sarebbe meglio dire, creatore di mondi, dove l’ombra è regina grazie all’utilizzo che Pietro Annicchiarico fa della macchina fotografica, come se fosse una penna di luce. Immagini, non evocative di lidi sicuri, ma pennellate piene e grondanti di colore, sì proprio pennellate! Questa è la fotografia di Pietro che si nutre di pittura e di colore. Attraverso l’obiettivo fotografico Pietro Annicchiarico coglie una sua personale realtà fluida, irreale, morbida tale da avvolgere lo spettatore con spire vellutate in una fuga lenta e pensosa. I suoi sono mondi di ombre che bramano la luce di una redenzione finale o di una semplice speranza per sopravvivere; non sono oleografici, né rassicuranti, ma inquietano lo spettatore, coinvolgendolo in “un’esperienza emozionale e, allo stesso tempo, capacitante”, rendendolo non il passivo fruitore di un fattore estetico, ma il protagonista di un’esperienza capace di ampliare la percezione di senso. Vincenza Monteforte

Note sull’artista. (1968) Nato a Grottaglie, vive e opera da diversi anni Bologna, dove si è specializzato  nella sceneggiatura e nelle tecnologie di ripresa/video editing e fotografia. Artista versatile opera in diverse città d’Italia realizzando  laboratori, mostre e documentari.


Loredana Ballo - La difficile arte dell'arte

Loredana BalloQuando si guarda con attenzione un’opera di Loredana Ballo viene in mente il verso del lirico greco Simonide “Io non bevo alla fontana dove vivono tutti”. Con questo si vuole significare come la pittrice abbia scelto di non percorrere le vie già consunte dell’arte contemporanea, volta a scandalizzare più che a coinvolgere emotivamente ed intellettualmente lo spettatore, né tantomeno si è rinchiusa nel rassicurante recinto del figurativo meridionale ma, al contrario, come sia alla spasmodica ricerca di un proprio personalissimo linguaggio pittorico.

Una costante della produzione di Loredana Ballo è la figura femminile, declinata nelle sue varie sfaccettature, dal nudo ai volti delle Sante. Lo studio dei volti e la rappresentazione degli stati d’animo sono i soggetti che attualmente predilige. Attraverso la rappresentazione dei volti delle Sante, l’artista mira a metterne in luce, soprattutto, la loro umanità. La tavolozza è in fieri; colori ad olio si incontrano con impeto con tessuto, bottoni, strass ed altri elementi della quotidianità in una sorta di “ pop-koivè”, scoppiettante ed irruenta. Vincenza Monteforte 


Elisabetta D'Amicis - Le geometrie ironiche dei corpiElisabetta D'Amicis

Le foto di Elisabetta non raccontano, non consolano, né rassicurano lo spettatore, ma lo conducono in un altrove misterioso dove i corpi sono linee che s’intersecano in un immaginario emotivo e ironico. La figura umana, presenza costante della sua attuale produzione, diviene “misura di tutte le cose” del suo mondo interiore in un immobile cambiamento, mai violento e brusco, percepibile solo all’occhio di uno spettatore attento. La narrazione s’insinua sottovoce nelle sequenze, nelle quali l’incipit e la fine possono tranquillamente scambiarsi come nel gioco delle tre carte. Il gesto, il movimento, l’acrobazia diventano il pretesto per un messaggio cifrato o per un sottile gioco ironico. Vincenza Monteforte

 


Domencio GALEONE - VENITE ... adoremus! I presepi in maiolica del Maestro Domenico GALEONE

Domenico Galeone

La stella e Giuseppe, l’asino e il bue, i magi e i pastori, la Madre e il Figlio: la scena del cosiddetto presepio è uno dei soggetti più antichi nella storia dell’arte cristiana. La retrospettiva delle opere presentate nel corso degli anni dal Maestro, Domenico Galeone, già docente di progettazione ceramica presso l’Istituto d’Arte di Grottaglie, nell’ambito della rassegna annuale “Mostra del Presepe” organizzata dall’amministrazione comunale, intitolata “VENITE….adoremus! I presepi in maiolica del Maestro Domenico Galeone”, tenutasi alla galleria “Vincenza” di Grottaglie dal 7 dicembre 2013 all’8 gennaio 2014 è stata l’occasione per presentare al pubblico un “artista completo”, che ha saputo trarre dal proprio vissuto umano e professionale la forza di un linguaggio espressivo fatto di ricerca, tecnica decorativa e reinterpretazione della tradizione.

La mostra ha proposto un piccolo excursus del percorso personale ed artistico dell’autore, attraverso la presentazione di alcuni presepi in maiolica, realizzati con tecniche diverse, nel periodo che va dal 2008 al 2012. Si tratta di piccoli gruppi scultorei, di varia dimensione, riproducenti anche con un’iconografia inconsueta ed “irrituale”, momenti della natività.

L’opera principale, “Venite … adoremus!” è costituita dal presepe presentato in parte (le figure dei Magi) nel 2011 alla mostra concorso organizzata dall’amministrazione comunale. Si compone di 5 soggetti: la Vergine distesa, Giuseppe che stringe il Bambino tra le mani, alzandolo al cielo, quasi compiaciuto del Dio che si è fatto uomo, i Magi che procedono verso il Bambino con espressione regale, e di alcuni elementi in maiolica a costituire il fondale. L’iconografia proposta pone l’accento sull’aspetto umano del parto: la Vergine distesa, nella tradizionale postura delle puerpere, riprende quasi le rappresentazioni delle origini; Giuseppe, colmo di felicità incarna la gioia che nasce nel cuore dell’uomo per quel Bambino, Dio in terra, che si manifesta inerme e infante, vicino a ogni uomo.

La tecnica scultorea utilizzata e la dinamicità dei gesti della coppia centrale, Giuseppe e il Bambino, rendono i personaggi “vicini” a chi guarda: lo spettatore è coinvolto nella scena, non può rimanere indifferente.  Ma è, soprattutto, la tecnica decorativa utilizzata, di assoluto rigore stilistico, persino nella ricerca e nel dettaglio dei particolari, come la tunica di Giuseppe o le vesti regali dei magi, frutto di un’accurata ricerca storica, che fanno di quest’opera non un semplice presepio, ma una natività che potrebbe trovare collocazione in un ambito monumentale, pubblico o religioso.

La seconda opera, proposta nel 2009, e intitolata “Linea di Confine” è un gruppo di dimensioni più piccole, composto da statuine ed elementi in maiolica di assoluta originalità. I personaggi della Vergine, di Giuseppe e del Bambino sono realizzati su basi in argilla che riprendono forme di contenitori del consumo di massa. Alle spalle si trovano tre mattonelle in maiolica, presentate in sequenza, quasi ad indirizzare lo spettatore ad un verso di lettura dell’opera. Alle spalle del tutto è posto un fondale, costituito da una piastra maiolicata più grande, collocata in una cornice di legno e finemente decorata con motivi orientali. Anche in quest’opera la qualità della decorazione è finissima e i personaggi assumono quasi le fattezze di icone orientali in tridimensionale, in un originalissimo intreccio tra antico e contemporaneo.

L’ultima opera è quello più “recente”, parzialmente presentata nell’edizione del 2012, con il titolo “Grazie Maria”, si compone di due gruppi simmetrici separati da tre elementi in maiolica a rilievo, due semicircolari a costituire il paesaggio ed uno più grande circolare dove trova posto la rappresentazione della cometa e del firmamento. I due gruppi simmetrici ripropongono le posture e la dinamicità dei personaggi già proposti nell’opera principale del 2011 con la Vergine distesa e il Bambino tra le braccia di Giuseppe che lo innalza al cielo a ringraziamento. Anche se i soggetti sono monocromatici, la decorazione degli abiti di Giuseppe e della Vergine e resa a rilievo con motivi geometrici e la qualità della realizzazione scultorea rende assolutamente percepibili allo spettatore le emozioni.

La Galleria “Vincenza” con questa iniziativa ha voluto presentare al pubblico un artista, a tutto tondo, che ha saputo fare della maiolica decorata, grazie ad un uso sapiente di progettazione e tecnologia, un mezzo di espressione artistica, portandola al di là del virtuosismo e andando oltre i canoni della tradizione ceramica grottagliese e, nel contempo, ha inteso dare un contributo all’arricchimento del panorama artistico e culturale della città, valorizzando un maestro, Domenico Galeone, che costituisce una risorsa preziosa da ri-scoprire e valorizzare anche per le future generazioni. Vai alla galleria delle immagini.


Luca Marianaccio - SPAZI INDECISI

I  Agnone, 1986  I

Si laurea in Architettura presso l’ Università ‘G. d’Annunzio’ di Pescara. Nel 2010 inizia a dedicarsi alla fotografia, attraverso la ricerca e la documentazione sociale e di paesaggio. ‘Ritrattista’ puntuale dell’architettura storica, moderna e contemporanea, fotografo attento alla dimensione tecnica ed estetizzante della ripresa. Da tempo lavora sulla realtà legata al suo territorio di appartenenza ma continua a seguire progetti che lo portano fuori dall’Italia.

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Carmelo Monteforte - Il tocco della legerezza 

Olio su telaSe si volesse definire con un’immagine la pittura di Carmelo Monteforte basterebbe un semplice tubetto di colore nero, acquistato durante gli anni di studio, chiuso con estrema cura e mai utilizzato. “La pittura” diceva Carmelo Monteforte “è colore!” E, sicuramente,  l’evoluzione infinita nell’utilizzo del colore è la cifra stilistica costante e prevalente di questo artista. I colori, talvolta violenti, come egli stesso amava ripetere, lo hanno accompagnato durante l’età giovanile per tendere nell’età più matura ad assumere tonalità più serene, più riappacificanti.

La sua pittura non è mai stata vittima di sperimentazioni avanguardistiche, né tantomeno, pur riprendendo ambienti e paesaggi del territorio, è rimasta imbrigliata nel “localismo” rassicurante.  Al contrario, ha saputo esprimersi  attraverso un linguaggio personalissimo ed essenziale, nello stesso tempo vitale e complesso. I suoi paesaggi, le sue nature morte, benché oggettive e carnose, sono avvolte da un’aura di placido tormento che emerge soprattutto nelle sculture: un universo prevalentemente femminile, popolato di figure altere con lo sguardo rivolto verso un vago ed incerto futuro che, soltanto nelle maternità, indulge alla tenerezza.

In estrema sintesi, l’intera produzione artistica di Carmelo Monteforte non è una produzione di maniera, come l’”abito della festa”, tirato fuori per le grandi occasioni, ma è un vestito leggero che profuma di fresco in ogni situazione.  Mai scontato, il suo linguaggio espressivo si  è rivelato nel tempo sempre capace di sorprendere, incoerentemente coerente con la personalità dell’artista. Vincenza Monteforte

 


 

Andri Josef e gli infiniti confini di un ‘isola

Accade, talvolta, a chi fa il mio mestiere, per una fortunata confluenza astrale, di incontrare una” persona speciale”, così è stato con Andri, una fotografa cipriota cheAndrj Josef ci ha condotto con maestria attraverso “i suoi mondi”. Andri non racconta con il suo obiettivo la realtà che la circonda, ma fa quello che dovrebbe fare un artista, essere un creatore di mondi. Le sue creazioni fotografiche non sono “artificio”, ma narrano il viaggio compiuto dalle nostre anime, intorpidite e stropicciate dalla quotidianità, per ritrovarsi attraverso un viaggio catartico o, forse, considerando la sua giovane età, di iniziazione, ad accogliere un rinato “sé”. Le luci e le ombre, sapientemente plasmate, mostrano un mondo irreale, ma tangibile, di fronte al quale lo spettatore, dopo un ‘iniziale momento di straniamento e piacevole sorpresa, si avventura con passo sicuro, certo che la fiducia riposta non verrà tradita. Nei lavori di Andri vi è il felice connubio tra ingenium e ars; la creatività ed il talento emergono nitidamente perché sostanziati dalla conoscenza del proprio “mestiere”. Grazie Andri di averci aperto le porte del tuo mondo e mi auguro che l’introverso mondo dell’arte ti spalanchi le sue. Vincenza Monteforte


Rocco Errico - Monteiasi '76

Foto B/NIl percorso espositivo è la narrazione attraverso immagini in bianco e nero di una giornata con la propria macchina fotografica a raccontare la Puglia degli anni 70, documento prezioso per una regione divenuta ormai location per set cinematografici. Errico è quello che si suole definire un fotografo militante, capace di raccontare la propria passione politica attraverso le immagini, ma la parola politica è da intendersi come “polis”, città fatta di persone con le loro storie. Avrebbe potuto raccontare il suo percorso con dei ritratti, scegliendo la modalità più emotivamente coinvolgente; Errico sceglie, ed è una sua costante, inquadrature  atipiche e  soggetti singolari (la suola delle scarpe consunte, piedi in cammino, secchi portati con fatica) senza che il singolo, con la propria  individualità sia protagonista. Lo diventano la fatica, la soffenza, come patrimonio comune all’umanità tutta, quello che gli antichi Greci chiamavano “simpatia nel  senso etimologico “soffrire, entrare in relazione con qualcuno”, ma con fiducia nel cambiamento nell’andare avanti.

Un’altra serie di foto, tra quelle proposte dalla bella operazione voluta dagli amici del Gruppo Anonimo '74, ha come protagoniste le insegne di Monteiasi (costante della sua produzione, come un bellissimo reportage sulle scritte politiche a Bari, in anticipo di decenni sulla street art) dove un dettaglio, un oggetto quotidiano visto da tutti, ma mai “guardato”, diventano il pretesto per raccontare il trascorrere del tempo che nei nostri paesi sembra non passare mai ed esserci sempre in abbondanza. Invece documento di un’epoca ormai scomparsa sono questi squarci sul vissuto, sul quotidiano. Anche qui si crea un diagolo con chi viene ritratto, ma non si banalizza mai. Il dialogo è rispettoso: l’essere umano colui che fa parte della moltitudine che fa la storia, senza esserne protagonista in prima persona,  a diffenza dei grandi che Errico ha saputo raccontare senza alcuna soggezione in maniera personalissima.

Chi fa il mio lavoro, io sono una gallerista, svolge una c.d. professione dell’incontro e queste serate , sono incontri fortunati che ci rendono orgogliosi del lavoro che facciamo. Grazie a tutti voi. Vincenza Monteforte

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 12 Agosto 2019 11:18 )